L’ora della verità
di Claudio Sardo
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Ora le dimissioni del governo sono un dovere. Ne va della stessa dignità della politica. Berlusconi è stato battuto ieri alla Camera sull’assestamento di bilancio. E così è stato disatteso l’art. 81 della Costituzione, che pone l’obbligo di approvare il rendiconto consuntivo dello Stato e lega a questo la persistenza del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento.
Come sempre Berlusconi e i suoi tentano di minimizzare. È la loro regola di comportamento in questa lunga e penosa parabola declinante. Ipotizzano un voto di fiducia riparatore, oppure un maxi-emendamento che recuperi, riformulandolo, il testo dell’articolo di legge bocciato ieri pomeriggio alla Camera. Ma è difficile, oltre che rischioso per il Paese, continuare a tirare le regole come un elastico. La Costituzione non rende esplicito l’obbligo delle dimissioni per la semplice ragione che presuppone una correttezza nelle relazioni tra le massime istituzioni. Solo le dimissioni del governo possono giustificare, una volta risolta la crisi, la ripresa dell’iter della legge sull’assestamento di bilancio e quindi l’adempimento imposto dall’art. 81.
Non sono solo questioni formali, benché la forma abbia un suo valore in democrazia. Le bocciature di Berlusconi ormai non si contano più: è stato sfiduciato dalle parti sociali, che lui ha tentato di dividere e che si sono ricompattate chiedendo un cambiamento politico; è stato sfiduciato da quasi tutte le cancellerie del mondo e, una volta spodestato Gheddafi, ormai solo Putin pare disposto a riceverlo; è stato sfiduciato anche dai mercati, come dimostrano i giudizi delle agenzie di rating che imputano alla scarsa credibilità del governo un pesante differenziale negativo ai danni del Paese.
Fino a ieri Berlusconi giustificava il suo rifugiarsi nel bunker, sostenendo che presto il governo avrebbe varato un decreto per la crescita e che i numeri certi della sua maggioranza glielo avrebbero consentito. Ma ieri quella beffarda votazione - 290 sì contro 290 no - ha smontato queste precarie giustificazioni. La maggioranza non esiste più. È inconsistente politicamente, prima che numericamente. Se non è in grado neppure di assicurare il voto sul bilancio, cos’altro può garantire? Peraltro la caccia a Tremonti, che si è aperta nel Pdl dopo la decisiva assenza del ministro nella votazione, segue il faccia a faccia tra Berlusconi e Scajola, in cui quest’ultimo ha ribadito la necessità del passo indietro del Cavaliere prima della fine della legislatura. Anche nella Lega intanto lo scontro interno contrappone ormai Bossi a Maroni. E persino Scilipoti si permette di dubitare, anzi di disertare il voto, risultando stavolta determinante per la bocciatura del suo governo.
Non si può andare avanti così. L’Italia non può permetterselo. La correttezza istituzionale richiede un’assunzione di responsabilità. Innanzitutto alle forze di maggioranza. Il Parlamento non può diventare il luogo delle convenienze personali di un leader. Il populismo è arrivato alla soglia di un esito autoritario. È il momento della verità. Berlusconi rimetta il mandato, che non proviene direttamente dal popolo né da una divinità, ma è legittimato da una procedura costituzionale. E si affidi al Capo dello Stato la soluzione di una crisi difficile, che nascondere è impossibile e che anzi l’Europa ci chiede di affrontare al più presto se non vogliamo mettere a rischio la moneta unica.
Nella crisi ognuno dovrà scoprire le sue carte. E il Parlamento resterà sovrano, nonostante il difetto originario di quella legge Porcellum che oggi è fonte di una pesante delegittimazione politica. Se il centrodestra vorrà ugualmente andare avanti nella legislatura, dovrà dirlo con un programma: dopo la bocciatura di ieri (un’altra ancora) da parte della Corte dei Conti non potrà più nascondere il fatto che 20 miliardi sono ancora tutti da trovare per finanziare la delega fiscale (già promessa all’Europa) e che pure le risorse per lo sviluppo sono da reperire per intero. Anche un eventuale governo di salute pubblica, sostenuto da una più ampia base di consenso, dovrà emergere allo scoperto e chiarire rapidamente le basi comuni, se ne ha, e le convergenze di merito.
L’Italia è in pericolo. E non può permettersi pasticci, né rinvii. Meglio il voto di qualunque pasticcio. In ogni caso il tempo stringe: più Berlusconi resiste, più si accorcia il tempo della legislatura.